Lascia ch’io pianga la cruda sorte, E che sospiri la libertà! E che sospiri, e che sospiri la libertà!” è con queste parole, con questa musica – prese in prestito dal Rinaldo di Haendel – che il regista danese Lars Von Trier ci introduce molto lentamente nel suo ultimo incubo, nell’incubo di Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg e in quello che ben presto diventerà anche il nostro.

Bianco e nero, fotografia patinata, ralenti, i due protagonisti si lasciano andare ad un focoso e lungo amplesso, prima sotto la doccia, poi sulla lavatrice e infine sul divano. Nella stanza accanto il loro bambino, sempre molto lentamente, esce dalla culla, si guarda intorno, vede una finestra aperta, osserva la fredda neve che entra dalla finestra, si avvicina, vuole toccarla, avvicina una sedia alla finestra e sale sul davanzale, si sporge, precipita.

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In questi primi minuti, i famosi e scandalosi sei minuti di cui si è tanto parlato, Von Trier ci preannuncia che nulla verrà lasciato all’immaginazione. Che sia una insistita e per alcuni troppo gratuita penetrazione in primissimo piano, o una lunga e dolce caduta nella neve, Von Trier non rinuncia di certo a mostrarcelo.

Un breve flash sul giorno del funerale del piccolo lascia il posto ad una clinica ospedaliera in cui la giovane donna è stata ricoverata, sopraffatta dal dolore, responsabile di qualcosa che si sarebbe potuto evitare. Inizia un lento percorso nelle lunghe fasi del dolore, dallo shock iniziale, passando per il rifiuto e arrivando alla colpa. Subentrano gli attacchi di ansia e l’uomo, lo psichiatra Willem Dafoe, decide contro ogni deontologia, di far dimettere la donna, Charlotte Gainsbourg, e di prenderla in cura.

In maniera eccessivamente razionale l’uomo cerca di sviscerare il dolore che attanaglia la donna, lo analizza, lo studia ed arriva alla conclusione che per superarlo è necessario raggiungere il posto più temuto da lei, l’Eden, un piccolo rifugio di loro proprietà nel quale la donna si era già rifugiata tempo prima per lavorare alla sua tesi di laurea sulla persecuzione delle streghe nel Medioevo.

Lentamente e disperatamente la coppia raggiunge questa piccola isola nei boschi, lontano da tutti e da tutto. La scelta non si rivela del tutto saggia e ben presto le paure della donna arrivano ad assalire anche l’uomo e la razionalità ha la peggio di fronte ad un complesso universo femminile, che non è stato creato da Dio, ma da Satana.

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Il dolore lascia il posto alla disperazione, alla rabbia, alla follia. La donna sembra guarita, ma in realtà si tratta di una quiete prima della tempesta. Fa tutto parte del piano, oscuro e malefico, manipolatorio e misogino e ben presto l’uomo verrà avvolto da questa esplosione del male.

La donna colpisce, fa un passo indietro, fa credere che sia pentita e quando è riuscita a convicerti sferra un nuovo e più violento attacco. Perchè la donna è il Male, la donna è l’Anticristo: non era l’uomo che nel Medioevo mandava al rogo donne innocenti, ma donne diaboliche, streghe, che venivano punite a causa della loro natura maligna.

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Il sesso non è più piacere, ma dolore. Ed è qui che entrano in gioco alcune delle scene più brutali del film: la donna che si masturba sotto una imponente quercia e chiede all’uomo di essere picchiata, la donna che masturba l’uomo fino a fargli eiaculare sangue, la donna che si mutila con un paio di forbici, che taglia via il piacere per lasciare spazio al dolore.

Simboli e codici – non tutti chiari, ed è per questo che il fim avrebbe bisogno di una seconda, terza o quarta visione – che si susseguono senza sosta, visioni malefiche o avvertimenti benigni? Dove sta la verità? E’ davvero la donna l’originale e la sede del Male o è l’uomo, con la sua insistente razionalità, che giunge a questa conclusione? E’ Defoe/Von Trier che non riuscendo a spiegare l’universo femminile formula questa teoria?

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E’ la donna/il Male che morendo, contrariamente al Cristo, si fa carico delle ingiustizie inferte al genere umano, liberando così un’orda di donne martoriate, torturate ed uccise che ora salgono la collina per raggiungere finalmente il paradiso? O è l’uomo/Cristo che sconfiggendo e bruciando il Male/la Donna porta a questa liberazione collettiva? E le donne, senza volto e quindi senza identità, erano davvero innocenti? E se fosse l’uomo il vero cattivo, il vero male dominatore a cui tutte le donne ritornano come in un sabba finale?

Non è facile decifrare un’opera come Antichrist, un horror, ma anche un dramma, un sogno, un viaggio nella psiche umana. Ogni possibile classificazione sembra andargli stretta, che sia quella di genere, quella di capolavoro, quella di paraculata o quella di inutile esercizio cinematografico. Antichrist è sicuramente un film sul dolore, sulla morte, sul lutto, sull’assurda realtà delle emozioni umane, ma è anche un film sull’Uomo e la Donna, sul Male, è un film di Lars Von Trier, per Lars Von Trier, su Lars Von Trier e con Lars Von Trier.

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E’ un opera cinica, estetica, misogina, liberatoria ed estremamente complessa. Un film sicuramente non per tutti, fatto di immagini, suoni e sensazioni che in parte ricordano e rimandano alle Visioni Interiori di Bill Viola, sogni e visioni che ti entrano in testa passando direttamente e con estrema violenza dallo stomaco.

In attesa di poterlo rivedere, analizzate e studiare in maniera più approfondita – lavoro che non è possibile fare in una sala cinematografica – lo promuovo a pieni voti.

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Voto: 8

Titolo originale: Antichrist
Regia: Lars von Trier
Soggetto: Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Produzione: Meta Louise Foldager, Madeleine Ekman, Ole Østergaard
Interpreti: Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg
Durata: 100 minuti

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